Traduzione in italiano e commento critico di due poesie del poeta bengalese Hassanal Abdullah

Traduzione in italiano e commento critico di due poesie del poeta bengalese Hassanal Abdullah

Ho tradotto dall’inglese dal libro Under the Thin Layers of Light, Cross-Cultural Communications Merrick, New York 2015 , due poesie del poeta Hassanal Abdullah ed le ho commentante. 

Nella raccolta La traduzione dal bengalese all’inglese è stata fatta da vari traduttori.

 

VIAGGIO IN TRAGHETTO

Ora siamo proprio nel cuore della baia.

Quando abbiamo mollato gli ormeggi, i cupi magazzini sul lungomare

potevano benissimo essere impianti segreti per la produzione di bombe nucleari

e la fila di gru si protendeva come avvoltoi di ferro.

Le onde s’infrangevano sullo scafo del traghetto, un invito

dalle acque blu, un codice che abbiamo  decifrato con gioia.

 

A babordo abbiamo superato un’imbarcazione che si divincolava tra colline in fuga.

A tribordo una nave ci è passata così vicina

da spaventare qualcuno, ma i più, navigatori esperti,

hanno salutato felici con i fazzoletti chi si sporgeva dalle sue ringhiere.

 

Ora il faro scompare sotto l’orizzonte.

Ci lasciamo alle spalle, a poppa, boe dipinte che segnano relitti storici.

Rubo uno sguardo al cielo sopra di noi, ma quel blu sulla baia

è innocente da droni assassini, e il traghetto taglia un solco spumeggiante

con circa trecento auto e il triplo dei passeggeri.

 

La brezza ci accarezza i capelli con un dito eloquente, parlando

in una lingua sconosciuta che il mare ci ha forse donato solo per oggi.

 

(tradotta dalla versione in inglese di  Jyotirmoy Datta)

 

Commento alla poesia: “Viaggio in Traghetto”

La poesia “Viaggio in Traghetto” si dispiega come un’esperienza sensoriale e riflessiva, un’immersione nel fluire del tempo e dello spazio che caratterizza una traversata marina. L’autore, con un linguaggio che alterna suggestioni visive potenti a momenti di lirismo intimo, ci guida attraverso un percorso che è al contempo fisico e metaforico.

L’incipit catapulta immediatamente il lettore nel “cuore della baia”, un punto di non ritorno che segna l’inizio del viaggio. La descrizione del porto di partenza è magistrale nel creare un’atmosfera sospesa e quasi minacciosa: i “cupi magazzini” assimilati a “impianti segreti per la produzione di bombe nucleari” e le “gru” che si protendono come “avvoltoi ferrosi” introducono un’inquietudine latente. Questo immaginario, carico di richiami a scenari di guerra o distopia, funge da contraltare alla successiva liberazione nel blu del mare. È un contrasto efficace che sottolinea la transizione da un mondo terrestre, magari contaminato da preoccupazioni umane, a uno marino, dove la natura riprende il sopravvento.

Il ritmo della poesia segue il movimento del traghetto. Le onde che “battono sullo scafo… un invito dalle acque blu” e il “codice che abbiamo gioiosamente decifrato” segnano il passaggio a una dimensione di apertura e scoperta. L’elemento sonoro si fonde con quello visivo, creando una sinestesia che anticipa il piacere della navigazione.

La descrizione dei due lati del traghetto – “babordo” e “tribordo” – arricchisce la scena, mostrando il dinamismo del viaggio e l’incontro con altri elementi marini. L’imbarcazione che “si divincolava tra colline in fuga” è un’immagine vivida e personificata che suggerisce movimento e forse una certa fretta, mentre il passaggio della nave più grande, pur generando un “fright” iniziale, si risolve in un gesto di gioiosa comunione (il saluto con i fazzoletti). Questo episodio sottolinea la capacità umana di adattarsi e trovare felicità anche nelle piccole interazioni del viaggio.

Il terzo blocco lirico segna un ulteriore distacco: il “faro che scompare sotto l’orizzonte” e le “boe dipinte che segnano relitti storici” lasciate a poppa simboleggiano l’allontanamento dal passato, dai punti di riferimento e dalle memorie fisse. Il traghetto, con il suo “solco spumeggiante”, diviene un mezzo di progresso che lascia dietro di sé ciò che è stato.

Il cielo, quel “blu sulla baia” descritto come “innocente da droni assassini”, chiude il cerchio con le immagini iniziali di potenziale minaccia. La ritrovata innocenza del paesaggio aereo rassicura e conferma il senso di pace e distacco raggiunto. La presenza delle “trecento auto e il triplo dei passeggeri” contestualizza l’esperienza, rendendola universale ma al contempo intima per il singolo osservatore.

L’immagine finale della “brezza [che] ci accarezza i capelli con un dito eloquente” è di una delicatezza squisita. La brezza diventa un interlocutore, veicolo di una “lingua sconosciuta che il mare ci ha forse donato solo per oggi”. Questo verso eleva il viaggio da semplice traversata a un’esperienza quasi mistica, un momento di comunione privilegiata con la natura. Il mare, quindi, non è solo uno sfondo, ma un’entità viva che comunica segreti e intuizioni effimere.

“Viaggio in Traghetto” è una poesia che eccelle nella sua capacità di evocare sensazioni e stati d’animo attraverso immagini concrete e metafore suggestive. La progressione narrativa, dal potenziale pericolo iniziale alla serena contemplazione finale, crea un arco emotivo soddisfacente. La scelta di un linguaggio accessibile ma ricco di spunti poetici rende la lettura scorrevole e gratificante. L’autore ci invita a riflettere sulla bellezza del transito, sulla capacità del presente di liberarci dalle ansie passate e sulla profonda, seppur momentanea, connessione con il mondo naturale. Un’opera che, con semplicità e profondità, celebra l’effimero incanto di un viaggio.

 

IL TEMPO AFFERA LE MANI

Il tempo afferra le mani.

Guerra, fame, perenne terrore pubblico,

sospetto, convivenza di contrasti indifferenti,

stanchezza, la vastità schiacciante della vita, compreso il decadimento,

ancora, infallibilmente…

Il tempo afferra le mani.

 

Sciogliendo  regolarmente la catena dei suoni come un folle

che cerca ovunque, disperato, bandiere di vittoria,

gettando manciate di vento al cielo come un maniaco,

statistiche incomprensibili di buio insonne, da idiota,

perché anche allora…

Il tempo afferra le mani.

 

Accanto alla terra fertile, Shakespeare corre

verso l’eternità, raccogliendo gli alfabeti.

L’importanza dei numeri sarà riscritta,

Fermat va alla sua dimora dagli assise.

Ancor prima, Galileo, il grande figlio di Galilei,

ampliò le sue perfette intuizioni con il telescopio,

diffondendo luce su tutta la terra,

ma il cieco ancora cammina nella prigione dell’oscurità.

 

Dall’altro lato del confine,

dimorano i Poeti Vaishnava—

Madhusudan Dutt, Rabindranath Tagore,

e, riaccordando il suo flauto, Kazi Nazrul Islam

disegna lo Swaraj, sogna una terra sovrana,

una civiltà possibile,

e si affretta verso una ricerca coraggiosa—

perché anche lì…

Il tempo afferra le mani.

a trovare la resa perfetta!

 

(tradotta dalla versione in inglese di  Siddique M. Rahman)

 

 

Commento alla poesia “Il Tempo afferra le mani”

La poesia, “IL TEMPO AFFERRA LE MANI” (o “TIME SEIZES THE HANDS” in originale), è un’opera profonda e complessa che merita un’analisi attenta. Si presenta come una meditazione sul tempo stesso, non inteso semplicemente come una successione cronologica, ma come una forza ineludibile, quasi una divinità che controlla e modella l’esistenza umana e la storia.

Il ritornello “Il tempo afferra le mani” agisce come un mantra, un’affermazione potente che si ripete e scandisce il ritmo della poesia. Questo non è un tempo passivo, ma un’entità attiva, quasi fisica, che stringe e domina. La ripetizione serve a rafforzare l’idea della sua ineluttabilità e onnipresenza. Il tempo non è qualcosa che scorre, ma qualcosa che agisce su di noi, sulle nostre vite, sulla storia.

La prima strofa dipinge un quadro crudo della condizione umana, costantemente assediata da elementi negativi: guerra, fame, terrore pubblico, sospetto, fatica. La frase “convivenza di contrasti indifferenti” (o “careless conflicting habitation”) è particolarmente incisiva, suggerendo un’esistenza caotica e disinteressata, dove le frizioni e i conflitti sono all’ordine del giorno, accettati con una sorta di rassegnazione. Nonostante tutto questo, il tempo persiste, “infallibilmente”, quasi a sottolineare che queste sofferenze sono intrinseche all’esperienza umana sotto il suo dominio.

La seconda strofa introduce un’immagine più astratta e quasi surrealista del tempo, paragonandolo a un “folle” o un “maniaco”. Questa metafora suggerisce che l’operato del tempo è spesso illogico, frenetico, una ricerca disperata e futile (“bandiere di vittoria ovunque”). Le “manciate di vento” e le “statistiche incomprensibili di buio insonne” evocano un senso di assurdità e vanità degli sforzi umani, sempre alla mercé di una forza incomprensibile. Il tempo qui sembra agire senza scopo apparente, gettando nel caos la razionalità umana.

La terza e più lunga strofa sposta l’attenzione dalla sofferenza universale all’eredità del pensiero umano e della creazione artistica. Vengono evocati giganti della storia e della cultura:

Shakespeare che “corre verso l’eternità prendendo gli alfabeti” simboleggia la perenne influenza della letteratura e la sua capacità di trascendere il tempo.

Fermat e l’importanza dei numeri suggeriscono il ruolo della matematica e della logica nel plasmare la nostra comprensione del mondo.

Galileo, con il suo telescopio che “ampliò le sue perfette intuizioni … diffondendo luce”, rappresenta il progresso scientifico e l’illuminazione della conoscenza.

Tuttavia, anche in questo contesto di grandi successi, la poesia introduce un tocco di malinconia: “ma il cieco ancora cammina nella prigione dell’oscurità”. Questo potrebbe simboleggiare la persistente ignoranza, la resistenza al progresso o il fatto che, nonostante le scoperte, l’umanità non è ancora completamente liberata.

La poesia si conclude con un omaggio ai Poeti Vaishnava dell’Asia meridionale (Madhusudan Dutt, Rabindranath Tagore, Kazi Nazrul Islam), figure che hanno incarnato sia la spiritualità che la lotta per l’indipendenza e la “civiltà possibile”. Il riferimento a Nazrul Islam che “disegna lo Swaraj, sogna una terra sovrana” porta la poesia su un piano di speranza e aspirazione alla libertà e a un futuro migliore. Questa “ricerca coraggiosa” suggerisce che, nonostante le afflizioni e l’assurdità governata dal tempo, l’essere umano continua a lottare per ideali più elevati.

Nel complesso, la poesia è una riflessione potente e a tratti cupa sul tempo come forza dominante e inesorabile. Ci mostra un’umanità che, sebbene afflitta da conflitti e assurdità, è anche capace di straordinarie realizzazioni intellettuali, artistiche e spirituali. Il tempo, che “afferra le mani”, è sia il carceriere che il testimone di questa lotta e di questa grandezza. La ripetizione del verso finale lascia il lettore con l’eco di questa verità fondamentale: il tempo è sempre presente, sempre al comando, modellando ogni aspetto della nostra esistenza. È una poesia che invita a meditare sulla nostra posizione nel flusso del tempo, sulla fragilità e al contempo sulla resilienza dello spirito umano.