Pubblico un articolo rilasciato a La Casa della Poesia di Como dal poeta e professore emerito Choi Dongho riguardo al suo studio sulla poesia digitale di 4 versi. Ho parlato del suo libro di poesie lo scorso ottobre al World Poetry Festival di Seoul.
L’era digitale e la poesia in quattro versi della Corea
di Choi Dongho (Poeta)
In anni recenti, la poesia coreana contemporanea si è ritrovata al confine tra l’umano e la macchina, accelerata dallo sviluppo repentino dell’era digitale. Lo sconvolgimento della cultura digitale ha portato una seria crisi alla poesia, che è stata a lungo radicata in una tradizione basata sulla stampa. La poesia “decostruttiva” tentata da molti poeti più giovani si manifesta spesso come una narrazione poetica involontariamente lunga e diffusa, poiché risulta difficile condensare l’emozione poetica in una forma breve.
Le forme tradizionali come il sijo possono sembrare superate o superficiali alle giovani generazioni con tendenze decostruttive. Tuttavia, la disciplina richiesta per aderire alla sua struttura sillabica e per disporla in un formato di tre versi permette al sijo di mantenere la sua distintiva risonanza poetica: un esempio della forza potente insita nella forma stessa. Da questo punto di vista, la poesia in quattro versi, con la sua progressione strutturale di gi–seung–jeon–gyeol (introduzione, sviluppo, svolta e conclusione), può restituire una nuova vitalità alla poesia coreana che si trova ad affrontare un momento decostruttivo.
Prendiamo, ad esempio, “Azalee” di Kim Sowol (1905–1931). Sono passati più di cento anni dalla sua pubblicazione, eppure la poesia continua a essere discussa. Uno dei motivi della sua presenza duratura è la sua solidità strutturale. Sebbene molte poesie nell’odierna era digitale soffrano dello smantellamento del fondamento logico e strutturale della poesia, l’opera di Sowol dimostra che una poesia — per quanto breve — può possedere una vitalità duratura quando è costruita su una struttura solida.
In un’era di decostruzione portata dalla cultura digitale, diventa ancora più essenziale indagare a fondo la solidità strutturale che la poesia, come forma d’arte, deve preservare. Attraverso una composizione drammatica, dobbiamo cercare forme poetiche capaci di raggiungere la completezza estetica e, così facendo, scoprire nuove possibilità per il futuro della poesia coreana.
Piuttosto che affidarsi all’estetica strutturale del sijo tradizionale coreano o dell’haiku giapponese, la poesia in quattro versi — una delle forme più archetipiche della poesia — può offrire una via d’uscita dall’attuale vicolo cieco. La struttura in quattro versi richiama alla mente anche la tendenza coreana contemporanea del dikasi (poesia digitale abbinata alla fotografia). Curiosamente, molte opere di dikasi assumono la forma di poesie di tre o quattro versi. Sebbene il dikasi goda di un’ampia popolarità dovuta all’ubiquità degli smartphone e alla sua accessibilità per il pubblico, il suo punto debole risiede nella dipendenza dall’immagine fotografica rispetto a un impegno costante con la profondità poetica o l’estetica linguistica.
Invocando il termine “poesia digitale in quattro versi”, mi riferisco a una forma poetica radicata nella struttura linguistica ed estetica e, al tempo stesso, capace di rispondere alla condizione digitale del nostro tempo.
Nella prefazione alla mia raccolta di poesie Ice Face (2011), ho affermato che una “poesia digitalmente condensata e orientata verso la comunicazione” potrebbe essere definita “lirismo estremo (geuk-seojeong-si)”, notando che “non è né la via dell’haiku né la via del sijo“. Più tardi, nella mia raccolta Monarch Butterfly (2019), ho fissato come mio obiettivo poetico “arrivare alla lucidità della poesia lirica”. Naturalmente, un obiettivo critico articolato dal poeta non si traduce sempre direttamente in un risultato poetico.
Il termine lirismo estremo, che ho introdotto per primo, si riferiva essenzialmente a una forma poetica breve che comprime la densità linguistica al suo massimo grado. Tuttavia, poiché era difficile definirne con certezza le caratteristiche formali, ho impiegato il termine solo in via provvisoria. Di conseguenza, è vero che il lirismo estremo è rimasto in qualche modo ambiguo nelle sue dimensioni strutturali e formali.
Dopo più di dieci anni di lavoro creativo ed esplorazione teorica, sono giunto alla conclusione che, se si volesse definire il lirismo estremo in termini formali, lo si potrebbe chiamare “poesia digitale in quattro versi”. La poesia in quattro versi possiede profonde radici storiche e completezza strutturale, il che la rende una forma poetica universale capace di trascendere le epoche. Corrisponde non solo alle prime opere poetiche coreane — come Gongmudohaga, che si dice sia stata cantata dalla moglie di Baeksu Gwangbu durante il periodo Gojoseon; Gujiga del Regno di Garak intorno al primo secolo; Pungyo di Silla; e Hwangjoga di Goguryeo — ma anche agli esperimenti di poeti coreani moderni come Kim Yeong-rang (1903–1950) e Kim Dal-jin (1907–1989).
Per riferimento, consideriamo l’esempio di Gongmudohaga:
Sposo, non attraversare il fiume. (公無渡河)
Eppure hai attraversato il fiume, dopotutto. (公竟渡河)
Sei caduto nelle acque e sei passato alla morte. (墮河而死)
Cosa farò adesso senza di te? (將奈公何)
Questa è una canzone di quattro caratteri e quattro versi che si dice venisse cantata suonando il gonghu-in, un antico tipo di arpa.
Allo stesso modo, nei primi testi buddisti, la struttura espressiva fondamentale era spesso il verso di quattro linee (sagu-gye 四句偈). Nel Sutra del Diamante (Vajracchedikā Sūtra, 金剛經) e nel Dhammapada (法句經), gli insegnamenti essenziali del Buddha venivano frequentemente trasmessi attraverso questa concisa forma in quattro versi. Nella sintesi conclusiva del Sutra del Diamante, pronunciata circa 2.500 anni fa, il Buddha dichiara:
“Tutti i fenomeni che sono creati! — 切有為法
Siete come un sogno, un’illusione, una bolla, un’ombra; 如夢幻泡影
come rugiada o un fulmine che lampeggia nel cielo — 如露亦如電
così dovreste contemplare tutte le cose che sorgono.” 應作如是觀
Secondo il Sutra del Diamante, se una persona preservasse e sostenesse anche un solo verso di quattro linee di questo insegnamento, il merito guadagnato sarebbe immensamente più grande del possesso di oro, argento o qualsiasi tesoro mondano. Tale è il profondo valore che la scrittura attribuisce al sagu-gye, il verso in quattro linee.
Naturalmente, quando si propone il termine “poesia in quattro versi”, i critici potrebbero obiettare che suona nostalgico o retrogrado. Tuttavia, ciò che va sottolineato è che una poesia in quattro versi situata all’interno di un contesto digitale è fondamentalmente diversa dai suoi antecedenti storici: deve condensare la densità linguistica e la compressione per generare una rinnovata vitalità.
Inoltre, il fatto che la struttura in quattro versi si trovi all’intersezione tra poesia e canto può di fatto rivelarsi la sua forza. Gli hyangga (鄕歌) in quattro versi di Silla, ad esempio, hanno tutti avuto origine da canti popolari prima di stabilizzarsi nelle loro strutture formalizzate.
Questo non suggerisce, tuttavia, un modello rigido o uniforme della poesia in quattro versi. Dividendo i versi o estendendoli, si può sperimentare con varie forme — otto versi, dodici versi e altre — pur preservando l’essenziale forza strutturale racchiusa nel nucleo dei quattro versi.
Vale anche la pena notare che lo scrittore tedesco Goethe (1749–1832) elogiò la Divina Commedia di Dante come “il più grande capolavoro mai prodotto da mani umane”, e che Dante (1265–1321), il grande poeta italiano del primo Trecento, compose questo poema epico interamente in stanze di tre versi (terza rima), strutturando l’intera opera in cento canti.
Il profeta francese Nostradamus (1503–1566) offre un altro esempio illuminante. Sebbene avesse studiato latino, retorica e logica all’Università di Avignone, lo scoppio della peste costrinse la scuola a chiudere e interruppe i suoi studi. In seguito approfondì la medicina all’Università di Montpellier e si qualificò come medico. La Morte Nera, che devastò l’Europa a metà del XIV secolo, lasciò un segno profondo nella sua vita. A partire dalla fine degli anni 1540, intraprese un serio lavoro profetico e nel 1555 pubblicò Les Prophéties, una raccolta di 942 quartine — poesie profetiche in quattro versi.
Per secoli, i suoi versi sono stati ripetutamente invocati, assicurandogli la fama di “più grande dei profeti”. Il suo uso della forma in quattro versi può essere visto come emblematico dell’intellettuale del Rinascimento: colui che cercava di cogliere l’essenza di un’epoca attraverso una sensibilità poetica sospesa tra scienza e mistero.
In questa era digitale dominata dallo smartphone, la poesia contemporanea si trova ad affrontare una crisi formale — un vicolo cieco causato da un’accelerata tendenza alla frammentazione. La mia ricerca di una nuova direzione mi ha portato a rivisitare la poesia tradizionale coreana e le antiche origini della forma poetica, cercando in esse un’alternativa per il futuro. Come riferimento, offro una delle mie brevi poesie:
Pietra focaia
Una notte della terra senza stelle, buia come la pece —
una galassia dove persino la scia di una meteora è svanita.
La mia poesia è la brace-seme di un pianeta alla deriva,
una piccola pietra fredda conficcata nel mio cuore.
In questa poesia, la pietra focaia è la pietra che accende la coscienza umana — una scintilla che illumina l’oscurità. E proprio come lo schermo di uno smartphone può contenere un interro mondo all’interno di un singolo riquadro, la poesia in quattro versi diventa una forma poetica compatta capace di contenere il mondo.
La poesia in quattro versi segna un progresso oltre la modalità breve e intensamente lirica: è una struttura poetica per l’era digitale, che incarna l’integrità strutturale e una densità concentrata. In questo senso, possiede una forza distintiva — una forma unicamente adatta a superare le sfide affrontate dalla poesia nel nostro ambiente digitale contemporaneo. (2024)
