Riporto qui la traduzione del breve e significativo discorso del poeta Dániel Levente Pál sulla poesia e uno testo poetico molto intenso. Buona lettura!
Farfalla, Pietra, Lama
Esistono tre tipi di poeti e tre tipi di poesia.
Il primo è il tipo farfalla: il poeta che si trasforma da bruco in farfalla—la cui opera è ricca di bellezza, armonia estetica e meraviglia per lo splendore del mondo. Leggere questa poesia rende anche noi un po’ più belli. Il lettore, appesantito dalle preoccupazioni della vita quotidiana, subisce una piccola metamorfosi sotto l’influenza di una poesia-farfalla—emergendo dal proprio bozzolo come qualcosa di più leggero, più delicato, più radioso.
Il secondo tipo di poeta o poesia è la pietra. Quando il poeta scrive, è come se prendesse una pietra in mano e la scagliasse in un lago. Chiamiamo il lago, metaforicamente o allegoricamente, la società—brulicante di pesci, di vita. La pietra produce un impatto: rompe la superficie, crea increspature e onde sopra e sotto. Succede qualcosa. L’impatto altera le acque, anche se solo per un po’, prima che tornino lentamente alla quiete. La pietra può affondare, ma la sua eco permane.
Il terzo tipo di poesia è la lama. Questa è la poesia che affronta verità brutali, implacabili—che siano personali, politiche o sociali. Parla di ingiustizia, crudeltà, della macchina dell’oppressione, degli umiliati e dei poveri, della violenza domestica, della sofferenza umana in tutta la sua crudezza. Qui, il lettore non si sente la carezza della poesia ma un colpo vibrato da essa—come da un coltello affilato e lucente. Una tale poesia ferisce. Squarcia la coscienza del lettore, toglie la cataratta dall’occhio morale. Queste ferite possono guarire, sì, ma lasciano delle cicatrici—cicatrici che restano, che ricordano. L’incontro con tali poesie acuisce la nostra vista e, anche quando il dolore si attenua, la memoria di quel colpo rimane in noi, un monito su ciò che non deve mai essere dimenticato.
Nella storia della poesia mondiale, tutti e tre i tipi di poesia—e di poeti—sono stati presenti. E invece di cadere in conflitto estetico o critico, si sono avvicinati l’uno all’altro con cuori aperti, menti aperte e genuina curiosità. Che sia farfalla, pietra o lama, credo che ogni forma poetica abbia il suo valore, in un tempo e un luogo unicamente suoi.
PREGHIERA DI UN PICCOLO EMIGRANTE
Eravamo bambini, volevamo una casa,
una porta dove il lieve bussare
riecheggia come il battito sospeso del cuore.
Per quanto tempo puoi trattenere il battito del tuo cuore
sotto acque straniere,
sotto mari che non parlano mai?
Per quanto tempo puoi sopportare l’immersione
nel silenzio dell’esilio?
Eravamo bambini, ma il vento cieco
non ha distrutto le nostre case dopo di noi.
Abbiamo bruciato invano chiodi di garofano:
la nostra dolce lingua madre
non si è caramellata sulla fiamma.
Abbiamo semplicemente aspettato, semplicemente sperato
di essere trasportati dalle ali di speranza
di un permesso di reinsediamento,
o catturati dallo sguardo del Basilisco
di un sorridente funzionario dell’immigrazione.
Dopotutto, eravamo bambini,
andavamo a nuotare,
a caccia di conchiglie,
cavalcando le onde,
e danzando sulle scie
di paesi più felici.
Pensavamo che se mai fossimo riemersi,
avremmo respirato il profumo
della cucina di nostra madre o nostra nonna,
che riempiva l’aria intorno a noi.
Ma eravamo bambini, impazienti,
non ci siamo nemmeno accorti di aver perso
il senso dell’olfatto e dell’udito
da qualche parte nelle correnti dell’oceano.
Abbiamo confuso il richiamo a tornare a casa
con il canto delle sirene.
Eravamo solo bambini, dopotutto,
e ovunque fossimo stati portati a riva,
desideravamo una casa:
un grembo su cui riposare,
mani che lenissero la nostra pelle incrostata di sale,
un cuore che allontanasse le nostre paure,
e un posto dove lavare via dai nostri occhi
il sale delle lacrime non versate.
Dániel Levente Pál
Traduzione dalla versione inglese di Laura Garavaglia
