La presenza viva delle cose Living Things
La Poesia non è solo unione di suono e senso; è un “fare” che si colloca al confine tra la parola detta e quella scritta, senza appartenere all’uno o all’altro mondo, tant’è che vive sia nello scritto delle parole e tra le parole, sia nella recitazione: modalità che la arricchiscono entrambe e la rendono unica, dal momento che l’ordito è lo scritto e la voce è la trama. Non si fa, però, nella “terra di nessuno” ma sempre nella realtà delle cose, nei confini che via via ci costruiamo a cominciare dall’età matura”Siamo solo ricordi all’orizzonte/ nella presenza viva delle cose.” Due versi, dei quali possiamo dire che vivano nella voce mentre vengono scanditi, e nei caratteri vergati sulla pagina: d’altronde siamo sicuri che lo scritto duri nel tempo e il suono e l’inflessione della voce, svaporino? Quel che conta è come risuonano dentro di noi: mai per una sola via.
Non è casuale dunque che l’acqua, e in particolare il mare, ricorrano in questa silloge “Mentre ci salutiamo/ i pensieri annegano/ nei mulinelli rapidi del fiume.” … “Sentire il respiro del mare/ l’incanto d’azzurro e di luce” Niente è più mutevole dell’acqua di fiume e più inquieta del mare: di essi, il suono- respiro, non si fa catturare dalla pagina scritta, ma lascia l’orma nei sensi, come altrove si dice “La memoria, amico, è fluido inganno”. È l’esistenza liquida, eco della società di Baumann? Ma, ecco, quasi in un universo parallelo, “La presenza viva delle cose” “Parole sospese tra i silenzi “. Che siano occhi o aria, le parole ci necessitano, non ne possiamo fare a meno; anche nel silenzio, pensiamo parole, o le ripensiamo nella memoria. Ciò che fa più male non è lo sguardo obliquo, né le parole-aria, ma la tranquillità e la rassegnazione che si compiono nell’assenza delle parole “Allora vai tranquillo,/ porta con te il bagaglio a mano/ della rassegnazione…”
Chi si sottrae a questa rassegnazione, chi può farcela? Forse soltanto chi non cede al dolore d’una “gamba rossa e gonfia” o al “canyon nel cervello, e il cratere nei polmoni” purché abbia accanto una voce amata a raccontare l’amore e la pace: che sia madre, padre, amico.
L’Autrice sembra dire che nella solitudine non c’è scampo, ma nella vicinanza sì, fosse anche virtuale, attraverso lo schermo di un computer “Il viso sullo schermo/ la voce, a volte, a scatti/ nel vuoto delle stanze.” o vissuta nello stesso dolore di madre che perde suo figlio “Si, tu lo conosci, anch’io lo conosco/ lo schianto che hai dentro,/ che ho dentro e perdere un figlio in un giorno d’estate/ se intorno stormisce la vita…”
Anche nel tempo non c’è conforto: esso passa e non basta mai “Quest’ora è il limite azzurro/ immobile al giorno e alla notte.” Così, scelto il proprio vessillo “lo straccio più chiaro/ o quello più scuro./ Ma in fondo è lo stesso…/” si prosegue con passo veloce, con “fretta che è tutta umana” – persino il dolore è un’autostrada – per farsi “ricordi all’orizzonte”. Che cosa resta vivo dunque, se non la presenza delle cose?
Qui c’è la chiave che può aprire l’ultima porta: oltre le illusioni del tempo e della memoria, dell’amore, del cielo troppo azzurro nella “stanca stagione”… ci sono le parole. Siano prospettiva obliqua, altra, sulle cose, o aria che non arriva in fondo a sondare il mistero, o polvere che si vede solo grazie alla luce. La luce della Poesia.
Recensione di Maurizio Rossi
tratta da poetinelparco.it